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L'architetto Yvan Van Mossevelde
e la signora Anne, architetto anche lei, che da oltre trent'anni
vivono e lavorano a Labro, splendido borgo medievale tra Rieti
e Terni. L'origine del nome del borgo incerta: potrebbe derivare
dal latino aper, aprum, cinghiale, o da lavabrum, vasca, per
la sua vicinanza al lago di Piediluco. Labro nasce intorno al
950 d.c., data che segna l'inizio della storia feudale del paese,
mentre la data del1250 segna l'inizio della storia del villaggio
fortificato. Il pregio più grande del paese quello di
essere un modello storico omogeneo, in cui la gente vive gli
edifici storici recuperati.
Architetto, come ha scoperto
Labro?
Ho scoperto Labro in un viaggio che feci dalla Spagna verso l'Italia,
perchè avevo il desiderio di lavorare nell'area del Mediterraneo.
A 18 anni vinsi un concorso per lavorare alla realizzazione di
un villaggio turistico in Spagna, alle isole Canarie. Da lì
passai in Italia: attraversai tutta l'Italia centrale e arrivai
a Labro, dove sapevo essere la famiglia Vitelleschi, la cui figlia
era andata in sposa ad un fiammingo. Incontrai la Marchesa in
Belgio e le esposi le mie idee su come poter recuperare Labro.
Il paese non era diroccato, era ancora in buono stato, perchè
nel 1943 la famiglia Vitelleschi che partì da Labro verso
il Brasile, partì con l'idea di tornare.
C'è una differenza,
secondo Lei, tra restauro e recupero?
Assolutamente si, e io sono per il recupero, non per il restauro:
Il restauro è una operazione matematica, perchè
non si può sapere come il manufatto fosse originariamente.
Il recupero è fatto nel territorio, con l'idea di mantenere
l'architettura omogenea al luogo, come un fatto culturale. Labro
è un posto tranquillo, senza turismo, un posto di pace,
di tranquillità, di serenità, protetto anche dal
rumore che è purtroppo uno dei più grandi drammi
della nostra vita moderna. Inoltre, in questa vallata ci sono
tracce della predicazione francescana come nei monasteri di Greccio
e Fonte Colombo. Per questo ho voluto mantenere una architettura
semplice, non lussuosa, per meglio omogeneizzarla al territorio,
dove l'uomo ha un suo valore e un suo ruolo.
Qual'è il materiale
utilizzato per il recupero ?
Il materiale utilizzato per il recupero è stato ed è
tutto locale: anche questo non è un segnale di povertà,
bensì di omogeneità. Perchè indica la sicurezza
della qualità.
Ho conosciuto il borgo come rappresentato nei quadri dei Macchiaioli
della campagna romana: un solo bagno, un solo telefono, sette
lampade di illuminazione e le donne con le gerle sulla testa.
In tre anni abbiamo organizzato l'acquisto con l'aiuto della
Contessa Ottavia Vitelleschi e ottenuto l'approvazione da parte
della Sovrintendenza della Regione Lazio di un vincolo edilizio
nella zona intorno a Labro. Poi ho ricominciato a ricostruire,
a mettere a posto le case, utilizzando il cotto in terra e l'acciaio
alle finestre sostituendolo con il legno, ma solo per poter avere
più luce. Io sono venuto dal Nord per cercare la luce
e in questo modo volevo vedere la maggior quantità di
luce possibile entrare dalle finestre.
Quanti sono gli abitanti
di Labro?
Ho conosciuto Labro con 75 persone; oggi sono circa 50. Ci sono
9 famiglie belghe e sono rappresentate 8 diverse nazionalità:
americani, turchi, svedesi, francesi, tedeschi, inglesi, cileni.
E' una piccola Europa, o meglio un piccolo mondo.
Qual'è, secondo
Lei, il futuro del borgo?
Labro dovrà essere un laboratorio di arte, di cultura,
di recupero della meditazione. Abbiamo un festival di musica
che si tiene ogni anno, il cui direttore ed organizzatore è
il Maestro Carlo Fraiesi. Io ho fatto di Labro il mio laboratorio.
Lavoro qui per i miei clienti in Belgio e due volte al mese vado
a Bruxelles, dove mi occupo del recupero delle case "art
nouveau". Attualmente sto restaurando il grande mulino ad
acqua Bellemolen.
Labro può essere
un modello per il recupero di altre comunità?
Ci sono tanti villaggi come Labro che però sono stati
recuperati in modo non omogeneo. Questo può essere certamente
un modello indicato per il recupero di altre comunità.
Labro è una grande casa, non un insieme di case. Possiamo
chiudere il borgo, perchè abbiamo ancora le vecchie porte
di accesso! Si entra in casa e si è subito nel salone,
come se si fosse a teatro. Generalmente così non avviene,
perchè si entra prima nell'ingresso. A Labro non è
necessario, perchè l'ingresso è Labro stesso, proprio
come a teatro: l'antiscena della comunità è Labro
e ciascuna casa è la scena. Ciascuno è spettatore
e attore, allo stesso tempo. E' una grande casa dove tutti hanno
la porta aperta: chi non sta bene si autoesclude, esce di scena,
se ne va. In questo modo si torna alla semplicità, allo
zen. Il silenzio fa paura, essere da soli con se stessi fa paura.
Qui vengono soltanto coloro che hanno desiderio di pace, di tranquillità
e di semplicità.
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